In evidenza

Farida Rahouadj

nel ruolo di Shaba

Il mio personaggio di immigrata mi sembra magico, magnifico. Ho dovuto lavorare parecchio per essere alla sua altezza, al di là del problema che parla una lingua diversa dalla mia. Una donna che proviene da una guerra e che, anziché richiedere aiuto, è lei stessa ad aiutare l'intera famiglia de "Le cose che restano". C'è un grande amore che lega tutti i membri di quella famiglia.

Un'esperienza bellissima con una troupe formidabile in un paese che adoro. Ciò mi ha spinto a tentare di parlare l'italiano al meglio. "Le cose che restano" - un po' come "La meglio gioventù" - è pervaso da un'immensa malinconia e nello stesso tempo da una speranza immensa. Vederlo, sia pure in una copia lavoro, mi ha fatto un'enorme impressione. Si resta immediatamente coinvolti nelle vicende dei vari personaggi. Il dolore che Shaba ha sofferto nel suo "no man's land" bellico le permette di capire perfettamente il "no man's land" psicologico e affettivo in cui è sprofondata quella famiglia borghese.

Sul set c'era un sacco di umanità, si scherzava continuamente. Beninteso si lavorava con grande serietà, ma senza prendersi troppo sul serio, una nuance non da poco. Noi francesi abbiamo tanto da imparare dagli italiani anche sotto il profilo della rapidità, dell'efficienza tecnica, dell'entusiasmo creativo. Avevo lavorato con Philippe Noiret e lui adorava l'Italia e me ne aveva parlato molto. Mi sono ricordata spesso di lui mentre giravo questo film a Roma e sono andata a cena nei suoi locali preferiti. "Ce qui reste" potrebbe rendere in francese il senso del titolo. Credo proprio che il pubblico francese adorerà "Le cose che restano".

Rai.it

Siti Rai online: 847