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Rai Fiction

Il titolo "Le cose che restano" è il verso di una poesia di Emily Dickinson, citata dalla giovane amica del protagonista, nella parte finale di questa miniserie. E le cose che restano sono quelle che sopravvivono al dolore, al tempo, alla disgregazione, quelle che rimangono dopo che la realtà è cambiata e si è trasformata. Come il terzo capitolo di una trilogia pensata dagli sceneggiatori per coprire il racconto dei nostri padri, di noi e dei nostri figli, "Le cose che restano" è il racconto che mette in scena il presente nel suo fluire, nella sua impossibilità ad essere guardato con distacco e prospettiva e si fa materia lavica, mobile, cogliendo il senso delle cose nel loro divenire.

In quanto servizio pubblico, la Rai si è immediatamente sentita coinvolta da questo progetto ambizioso, da questa sfida difficile ma insieme importante. La Fiction Rai in questi anni ha raccontato in svariati modi il passato recente e meno recente di questo Paese: lo ha fatto tramite le biografie, le fiction storiche e anche attraverso il racconto di gente comune, in cui si riflette il senso del suo tempo (come nei casi, ad esempio, di "La vita che verrà" e "La Meglio Gioventù").

"Le cose che restano" parla di oggi, non solo perché vi è ambientato, ma perché racconta, attraverso una famiglia che si spezza dopo la morte di uno dei figli e poi si ricompone trasformata, molti dei temi importanti del mondo contemporaneo. Della nostra società si raccontano le incertezze, la fragilità dei punti di riferimento, la complessità e la variegata realtà, ma anche la speranza, gli affetti che restano, la capacità di amare ancora e di costruire legami. E se "Le cose che restano" racconta l'Italia di oggi lo fa in un modo profondo e universale, tanto che la miniserie si è potuta avvalere della coproduzione con la televisione pubblica francese, che ha amato la scrittura di questo romanzo televisivo sulla contemporaneità e ha voluto cofinanziarlo.

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